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domenica 5 giugno 2011

Immigrazione e criminalità

In linea con le più tradizionali teorie socio-psicologiche che nel corso degli anni hanno tentato di dare una spiegazione alla criminalità degli immigrati, l'ISTAT, in una pubblicazione del 1994, ha osservato che in Italia vi è stato un "inserimento progressivo degli stranieri nell'area criminale" e che "una considerevole quota di immigrati, provenienti per lo più dai Paesi extracomunitari, non trovando quelle opportunità di inserimento sperate, ha finito per costituire un serbatoio inesauribile per l'arruolamento di manovalanza criminale a basso costo" (40). Nel 1998 l'Istituto Nazionale di Statistica è ritornato sul problema attribuendo l'elevata presenza straniera nell'area criminale a fattori connessi alle particolari disagiate condizioni economiche, alle situazioni di clandestinità, ai conflitti culturali, all'assenza di legami familiari (41).
Nonostante l'attualità delle motivazioni poste a base delle varie argomentazioni, queste teorie spiegano solo alcuni dei processi criminogeni, ma non riescono a rendere conto in modo adeguato delle trasformazioni e della grandezza dei fenomeni che oggi sono sotto gli occhi di tutti e che caratterizzano lo scenario dei rapporti tra migrazioni e criminalità.
Si avverte, infatti, l'esigenza di un modello di analisi più vivace e più aderente alla realtà, che sappia combinare le analisi ricordate con un'indagine capace di considerare la criminalità dell'immigrato come dipendente da una serie di fattori, tra cui un ruolo determinante assume l'ingresso delle organizzazioni criminali nel traffico dei migranti. La tesi è che una parte della criminalità commessa dagli stranieri, soprattutto se irregolari o clandestini, è in correlazione con le operazioni di traffico e con lo sfruttamento delle organizzazioni criminali che si dedicano alle migrazioni illegali.
Grazie ad una capace opera di ricerca e di individuazione delle zone economicamente depresse, la criminalità organizzata è riuscita a rendere altamente remunerativo il trasferimento di consistenti masse di persone, spinte dalla necessità della sopravvivenza, verso Paesi ad economia avanzata, estendendo la sua attività oltre il trasporto illegale ed orientando la destinazione dei soggetti interessati attraverso forme diversificate di pubblicità illusoria. In questo traffico, gli interessi degli immigrati, relativamente alla domanda ed all'offerta di trasporto, convergono con quelli delle grandi organizzazioni criminali, pronte a fornire servizi di carattere illegale. Infatti, la speranza di trovare lavoro e la possibilità di eludere la normativa o l'attività di controllo degli ingressi in un Paese, malgrado l'attuazione di una politica migratoria restrittiva, spinge questi soggetti a rivolgersi all'organizzazione criminale, la sola pronta a soddisfarne la domanda.
L'esistenza di queste compagini criminali di notevole spessore ed importanza che agiscono nello specifico settore, anche se coordinando in maniera diversificata le proprie attività, appare ormai certa ed evidenziata dai seguenti fattori:
  • entità dei flussi migratori;
  • diversa nazionalità delle vittime;
  • violenza nella gestione;
  • redditività finanziaria del business e suo reinvestimento in attività criminali ancor più redditizie.
Questo traffico, poi, proprio per le condizioni di clandestinità, comporta quale naturale conseguenza che i soggetti interessati vadano ad occupare, nei Paesi di approdo, posizioni "marginali", caratterizzate dalla precarietà, dall'emarginazione sociale e dal degrado ambientale in cui, con estrema probabilità, dovranno vivere. Le speranze di riscatto sociale, di emancipazione e di benessere economico, infatti, si infrangono contro la crudezza della realtà che li attende non appena giunti nel Paese di destinazione.
Se non già prima, nella fase successiva all'ingresso scatta la morsa del controllo malavitoso, con i vari abusi, angherie e vessazioni che ne conseguono. Sottoponendo questi individui a condizioni di vita più disagiate e degradate di quelle che li hanno costretti ad affrontare i rischi dell'immigrazione clandestina, la criminalità organizzata riesce ad instaurare uno stato di perenne dipendenza che sfocia, sovente, in vere e proprie forme di schiavitù. L'asservimento al potere di queste compagini delinquenziali è totale ed incondizionato fino all'estinzione del debito contratto (42) (destinato ad ingigantirsi nel tempo).
I livelli e le modalità di sfruttamento sono vari e diversi, a seconda del genere e dell'età, ma tutti accumunati dalle diverse pratiche costrittive che vanno dal ricatto psicologico alla minaccia violenta, e spesso il dazio da pagare a chi sfrutta non è solo economico ma anche fisico, sessuale, psicologico. A sottolineare il livello disumano di costrizione vi è, poi, l'inammissibilità di deroghe alle imposizioni, pena l'applicazione di variegati sistemi di punizione che, non di rado, possono comprendere anche la soppressione del soggetto o interessare i prossimi congiunti.
D'altra parte, le condizioni di miseria, di precarietà e di subordinazione costituiscono le premesse sufficienti perché gli immigrati si trovino quasi automaticamente inseriti nei circuiti delle "opportunità" criminali. Per quanto paradossale possa sembrare, è in questo modo che si aprono ampie possibilità di realizzazione di un qualsiasi reddito e di inserimento lavorativo, sia pure saltuario e marginale. Gli immigrati si ritrovano, così, trasformati in un esercito illegale di forza-lavoro di riserva che la malavita può gestire secondo le proprie finalità: da una parte, avviandolo nel mercato del lavoro nero, dall'altra, spingendolo verso attività più propriamente illegali, quali la prostituzione, il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, l'accattonaggio, i furti e le rapine. Anche le attività più diffuse ed apparentemente innocue, come il commercio ambulante, spesse volte sono indirettamente gestite dalle organizzazioni criminali attraverso la fornitura della mercanzia, generalmente di contrabbando o provento di furto e rapine.
Insomma, gli immigrati, in virtù del traffico e del conseguente sfruttamento cui vengono sottoposti, costituiscono, per le èlite criminali dei Paesi di origine, terreno fertile per il reclutamento di manovalanza (fedele ed omertosa, se non altro per ragioni di solidarietà etnica), utilissima per espandere all'estero la propria influenza.

lunedì 30 maggio 2011

Quella riga di nulla

di Maria Matteo
Di fronte alla questione profughi/immigrati/ecc. questo governo non ha che una ricetta: gabbie, poliziotti, deportazioni.

Nelle trame dei labirinti che intrecciano i tentativi di cogliere gli snodi cruciali di questo primo decennio del secolo è raro trovare un incrocio dove tante strade convergono. Lampedusa è uno di questi. Un posto dove la fisicità del male ci investe direttamente, senza troppo spazio per gli artifizi della retorica e per le mediazioni sottili della ragione che calcola e divide.
Sono scene di una «Apocalypse now» mediterranea. A mezzogiorno del terzo giorno di primavera si accalcano sul molo della stazione marittima almeno mille tunisini. Nel piccolo promontorio di pietra dolomitica piantato alle loro spalle sventolano i resti delle tende di cenci e cellophane dove si sono rifugiati per trascorrere la notte. Qualche chilometro più al largo, ben visibile dalla costa, troneggia la nave San Marco: un enorme elicottero a poppa e altri tre attaccati l’uno all’altro nella zona di prua grande quanto un campo di calcio.
Nel frattempo una motovedetta della Guardia costiera scarica proprio ai piedi dei mille migranti altri 82 tunisini appena sbarcati, il boato di tre caccia dell’aeronautica militare in volo verso la Libia squarcia l’aria. Lampedusa è in guerra, l’Italia è in guerra.
” Così scriveva Mariano Laugeri sul “Sole24 ore” del 24 marzo.
Lampedusa è l’emblema della frontiera, una riga di nulla su una carta tutta azzurra di mare, una riga di nulla che separa i sommersi dai salvati.
Una riga di nulla dove si ammassano migliaia di corpi, come in un teatro, dove l’odore della paura è più forte di quello di chi trascorre le notti a terra, senza nulla.
Chi vive sulla frontiera vive di paura, la paura del vicino, povero, giovane a caccia di un futuro da acchiappare al volo. Le stesse mani che si sono tante volte allungate per accogliere profughi stremati si sono strette a pugno per respingere.
Un’immensa fossa comune Poteva andare diversamente. Ma questo governo – chi sta all’opposizione non si colloca poi tanto lontano – non ha che una ricetta: gabbie, poliziotti, deportazioni. E una tentazione: abbandonare quello scomodo scoglio in mezzo al canale di Sicilia, farne una prigione a cielo aperto. Solo la marea che sale obbliga il ministro leghista a decidere di toccare quei corpi, che raccontano alla vecchia Europa la rivolta che ha scosso la sponda sud del mediterraneo, che testimoniano la fine di regimi deprecati ma sostenuti, finanziati, coccolati dai governi della sponda nord.
Sono i giovani tunisini che hanno cacciato Ben Alì, che hanno assaporato il gusto aspro e seducente della libertà e colgono l’occasione che si è aperta. Sulla strada del mare ci sono meno guardiani: partire è l’avventura desiderata e temuta. L’avventura di fratelli ed amici, un’avventura che spesso ha inghiottito le vite di tanti ragazzi. Il Mare Nostrum è un’immensa fossa comune, un sudario che ne avvolge le speranze. I giornalisti a caccia di informazioni da addomesticare non scatteranno mai una foto con didascalia di una fetta qualsiasi di quest’azzurro, muto testimone della ferocia delle civili, democratiche, sponde nord.
Per un breve momento i tunisini che arrivavano sono stati considerati profughi e convogliati nei CARA, i centri per richiedenti asilo. Solo quelli che non avevano l’accortezza di fare domanda di accoglienza finivano nei CIE, le prigioni per immigrati senza carte. Ma è durata poco: il moltiplicarsi degli sbarchi ha indotto il governo a fare chiarezza: i tunisini sono clandestini, solo i libici possono essere considerati profughi. Naturalmente di libici non ne sono arrivati.
Le uniche barche partite dalla Libia trasportavano somali, eritrei, sudanesi. I primi dopo due anni. I primi dopo gli accordi criminali tra l’Italia e la Libia per i respingimenti in mare. Gente in fuga da guerre e persecuzioni, che cercava asilo nel nostro paese, ma è stata rimandata verso l’inferno. Il governo di Tripoli faceva il lavoro sporco per conto del governo di Roma. Un servizio completo: respingimenti, galere, abbandono nel deserto.
Ne sanno qualcosa i profughi di guerra eritrei rinchiusi per anni nelle prigioni di Misurata e di Brak.
La Lega Nord stampò un manifesto con l’immagine di un barcone pieno di gente e la scritta “abbiamo fermato l’invasione”. I diritti umani, sui quali tante volte si sono tracciati discrimini di civiltà, diventano carta straccia quando fa comodo. Alla faccia delle convenzioni internazionali, alla faccia delle deboli proteste dell’ANHCR, l’alto commissariato dell’ONU per i rifugiati.
L’ennesima partita di civiltà tra le bombe democratiche e il satrapo mediorientale di turno, ha il sapore amaro della beffa. Berlusconi e Gheddafi – come Sarkozy, Obama, Merkel, Cameron – declinano i diritti umani alla stessa maniera. Gheddafi adesso è un criminale. Eppure è lo stesso uomo che hanno baciato ed accolto, lo stesso che il governo italiano pagava per tenere serrate le porte ai disperati d’Africa.
Oggi questi stessi disperati, probabilmente sfuggiti alle galere libiche nel marasma della guerra civile che scuote il paese, si riaffacciano a Lampedusa. E al governo tocca fare buon viso a cattivo gioco ed accoglierli, in attesa che i nuovi governanti libici possano mantenere la promessa di rispettare gli accordi stipulati con l’Italia da Gheddafi.
Due anni fa l’immagine di un uomo adulto in ginocchio su un barcone aggrappato alle mani in guanti di plastica di un finanziere non spezzò l’omertà dei più verso i respingimenti in mare.
Oggi sui quotidiani appare la foto della puerpera etiope e del marito eritreo dopo il parto in mare del loro bambino. Di loro non si dice nulla, perché la loro storia a cavallo di una guerra lontana, è bene che non si sappia. Bastano le foto per far sentire tutti buoni, a posto con la coscienza.
Gli italiani, si sa, sono brava gente, mammoni con la lacrima facile facile. Ed un discreto senso degli affari. Quando gli sbarchi dalla Tunisia sono arrivati a mille al giorno, Maroni e Frattini, sono volati a Tunisi con un’offerta di quelle che non si possono rifiutare. Un credito sino a 150 milioni di euro più pattugliatori e uomini della Guardia di Finanza per l’addestramento. Nel pacchetto ci sarebbe anche la promessa di 2000 dollari ai tunisini che accetteranno di tornare indietro spontaneamente.
In cambio il governo tunisino ha promesso di fermare le partenze verso l’Italia e a facilitare le operazioni di rimpatrio. Un pacchetto del tutto simile a quello offerto ed accettato a suo tempo dalla Libia.
Memoria e vergogna Quando leggerete queste righe saprete se la Tunisia è stata capace di mantenere gli impegni sottoscritti ed incassare il premio promesso. Sinora nulla si è mosso.
Per metterci una toppa, la premiata ditta del filo spinato sta aprendo 13 nuovi CIE temporanei in strutture abbandonate dell’esercito. La prima tendopoli è stata aperta nell’ex aeroporto militare di Manduria. Le altre le stanno preparando, riaprendo caserme fatiscenti ed aree militari abbandonate da decenni.
Ma che importa. Quel che conta è spegnere la paura, suscitata ed alimentata da anni di propaganda razzista: quel che conta è erigere muri. La linea di frontiera è diventata mobile, attraversa tutta la penisola, con centinaia di metri di filo spinato e uomini in armi.
Nel caos chi può salta le recinzioni e si rimette in viaggio. Verso le città del nord, verso la Francia.
Pochi lo dicono ma i conti non tornano. Se le cifre diffuse dal ministero dell’Interno sono vere, se negli ultimi due mesi e mezzo sono sbarcati oltre 24.000 tunisini, ne mancano parecchi all’appello. Solo una minima parte è stata trasferita nei CIE – da due mesi in rivolta (1) – o nei CARA o nell’ex residenza dei militari statunitensi di Mineo, riattata a CIE/CARA. Alcune migliaia sono stati trasferiti nelle tendopoli.
E gli altri? O le cifre degli sbarchi sono state volutamente gonfiate oppure i tunisini fantasma sono andati ad ingrossare – in Italia e in Francia – le file dei senza carte, che campano lavorando in nero.
Il contrasto dell’immigrazione illegale è il pedaggio da pagare ad un elettorato cresciuto nell’odio e nella paura dei “clandestini” e, allo stesso tempo, il mezzo per disciplinare i lavoratori stranieri. Con o senza carte. Padroni e padroncini ringraziano in silenzio per l’arrivo di carne fresca da mettere al lavoro. Senza tutele, senza orari, senza pretese.
Siamo in guerra. Ormai a Lampedusa come in ogni dove d’Italia il confine tra guerra interna e guerra esterna è divenuto impalpabile. Si è frantumato nelle galere libiche, tra le acque del Mediterraneo, nelle campagne di Rosarno, nelle periferie delle metropoli, dietro il filo spinato delle tendopoli.
Per fermarla non basterà la testimonianza, non sarà sufficiente l’indignazione, occorrerà mettersi in mezzo, praticando una solidarietà concreta con chi incappa nelle reti dei cacciatori d’uomini. Servono robuste cesoie. Simboliche e reali. Per spezzare il filo spinato e per rompere il muro d’odio e paura che ci sta schiacciando.
Ci servono memoria e vergogna. Una memoria che non c’è, la memoria del passato coloniale dell’Italia, la memoria di una conquista criminale, di una repressione feroce, di un razzismo mai sopito. Senza memoria e senza vergogna non fermeremo la guerra. Quella interna, contro rifugiati e migranti, come quella per la Libia.
Non è facile. Eppure non si può non sentirne l’urgenza. L’urgenza di cancellare quella riga di nulla nell’azzurro tutto uguale della carta.



La favola nera delle zingare rapitrici di bambini

di R.B.
Qualche anno l’Opera Nomadi ha chiesto al Ministero degli Interni quanti bambini risultassero rapiti dai Rom. Risposta ufficiale: nessuno. Eppure...

Una delle leggende “nere” su cui maggiormente i media di regime stanno costruendo il consenso intorno alle leggi razziali anti-rom è quella degli zingari rapitori di bambini che è una tragica riedizione nel nuovo millennio dell’antica favola medievale degli ebrei rapitori di bambini. Anche loro – secondo l’opinione pubblica e il senso comune fino a poco meno di un secolo fa – “rubavano i bambini”, quelli cristiani, per ucciderli e usare il loro sangue a scopo rituale. Questa leggenda nasce nel Medioevo. Il primo caso attestato risale al 1144, quando nella cittadina inglese di Norwich viene ritrovato il cadavere del piccolo William: le autorità locali accusano gli ebrei di aver rapito il ragazzo nel giorno di Pasqua, e di averlo crocifisso, secondo un macabro rituale consistente nel ripetere il martirio di Gesù Cristo. Mentre il corpo del piccolo William diventa oggetto di una vera e propria venerazione, l’accusa di rapimento di bambini – peraltro mai verificata – si diffonde presto in tutta Europa: episodi simili sono registrati pressoché ovunque, e danno vita a frequenti persecuzioni, espulsioni e violenze contro le comunità ebraiche. Nel XIII secolo, alla tradizionale accusa di rapimento di bambini si aggiunge un nuovo capo di imputazione: secondo le dicerie popolari – sostenute spesso da autorità religiose locali senza scrupoli – gli ebrei non solo rapiscono i bambini, non solo li uccidono, ma usano il loro sangue per pratiche liturgiche pasquali. Il mito dell’omicidio rituale diventa così accusa del sangue: giudici e inquisitori, chiamati a verificare la fondatezza delle dicerie sui “mostri ebrei”, non esitano, lungo tutta l’età moderna, a ricorrere alla tortura per estorcere la piena confessione degli imputati. Così, molti ebrei finiranno per far “mettere a verbale” accuse false e infamanti, che legittimeranno le successive condanne a morte.
La favola nera degli ebrei rapitori e mangiatori di bambini è stata una delle più potenti giustificazioni per tutte le persecuzioni e i pogrom antisemiti dall’inizio del XIV secolo alla Shoah del Novecento.
Oggi, mentre i fascisti bruciano i campi-nomadi con la complicità della polizia e delle TV che amplificano le loro gesta, le accuse contro gli zingari che rapiscono i bambini con disinvoltura rimbalzano dai più popolari programmi televisivi alle chiacchiere al bar. Di minori “rubati” dagli zingari, però, non c’è nessuna traccia negli archivi giudiziari. Secondo un’inchiesta recentemente pubblicata sul sito Carmilla on-line, «da fonti Reuter, e sulla base dei dati forniti dalla polizia di stato, i minori scomparsi in Italia nel periodo 1999-2004 (nella fascia dei minori di 10 anni) sono stati “portati via” da uno dei genitori per dissidi coniugali o, soprattutto nel caso di bambini stranieri, sono casi di bambini affidati dal Tribunale dei Minori a istituti, bambini che vengono “prelevati” da un genitore che si rende poi irreperibile assieme al figlio. Per quanto riguarda i minori di età tra i 10 e i 14 anni e tra i 15 e i 17 anni, prevalgono tra gli italiani i casi di ragazzi allontanatisi volontariamente da casa per dissidi familiari, mentre rimangono presenti tra gli stranieri le fughe, assieme a un genitore, dalle strutture in cui i minori sono affidati, in maniera coatta, dai Tribunali dei minori (in questi ultimi casi qualche romantico parlerebbe non di rapimento, ma di evasione, per intenderci)». I media, però, negli ultimi anni hanno trasformato in senso comune quello che prima era solo una becera leggenda urbana montando veri e propri “casi” intorno a presunte vicende di rapimenti – mai avvenuti – di bambini da parte di “zingari”.
Lecco 14 febbraio 2005 Il primo caso, famosissimo, fu tre anni fa quello delle “zingare di Lecco”. A Lecco, il 14 febbraio 2005, tre donne rumene vennero accusate di aver cercato di rapire un bambino: la mamma aveva dichiarato di aver sentito distintamente le parole “prendi bimbo, prendi bimbo”. Due delle tre ragazze Rom, difese da un avvocato d’ufficio, decisero di patteggiare la pena e vennero condannate “per sottrazione di minore”, ma la terza affrontò il processo e venne assolta, scagionata dalle testimonianze di tutti coloro che avevano assistito alla scena e che dichiararono in tribunale che era stata la “mamma lecchese” ad aggredire le tre ragazze appena queste si erano avvicinate per chiedere l’elemosina. I tg e i giornali fecero una gran cagnara intorno alla “condanna” delle prime due, ma tacquero scrupolosamente sull’assoluzione finale della terza. Altri casi simili avvennero il 25 aprile dello stesso anno a Carrara (dove il presunto rapitore – un invalido serbo – fu quasi linciato da un gruppo di facinorosi) e alcune settimane dopo a Firenze. In entrambi i casi le indagini si chiusero stabilendo che non vi era stato alcun tentativo di rapimento, ma i media che avevano dato il massimo risalto agli zingari “rapitori” fecero finire tra le notizie in breve gli zingari discolpati.

Anche nel luglio 2007 a Palermo una giovane donna rom è finita in carcere, accusata di aver tentato il rapimento di un bambino su una spiaggia. Dopo l’iniziale e consueto battage scandalistico di giornali e televisioni, il caso s‘è subito sgonfiato dopo che la principale testimone/accusatrice ha ammesso di non aver visto un tentato rapimento, ma soltanto di essere rimasta terrorizzata per la presenza della ragazza “zingara”.
L’accusa è stata così immediatamente ritirata dalla testimone e la donna Rom esce assolta dal processo: ma di questo i giornali non hanno parlato. L’ultimo caso riportato dalle cronaca è quello avvenuto nel maggio 2008 a Napoli nel quartiere di Ponticelli. Allora una giovane rom minorenne venne quasi linciata dopo essere stata accusata di aver tentato di rapire una neonata in un palazzo popolare. Dopo l’episodio, vi furono gli assalti contro i campi rom della periferia di Napoli e il Governo Berlusconi varò i primi decreti che sarebbero poi rientrati nel pacchetto-sicurezza. Recentemente, si è venuti a sapere che sia la madre che il nonno della piccola oggetto del presunto rapimenti ed anche molti di coloro che nei giorni seguenti avevano partecipato ai raid punitivi in realtà sarebbero legati ai clan camorristici che proprio nelle aree occupate dai campi rom colpiti dai pogrom.